ITALIA – Con l’approvazione definitiva del disegno di legge quadro al Senato, l’Italia ha formalmente riaperto le porte alla produzione di energia nucleare. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha promesso l’emanazione dei decreti attuativi entro la fine dell’anno, fissando al 2033 l’orizzonte temporale per l’accensione dei primi Small Modular Reactor (SMR), i reattori a fissione di nuova generazione e ridotta taglia. Un traguardo rivendicato anche dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma che pone immediatamente il nodo più delicato e divisivo: la mappa dei territori destinati a ospitare i futuri impianti.
Sebbene non esista ancora un elenco ufficiale emanato dal governo, i criteri generali fissati dal provvedimento — sismicità contenuta, assenza di rischio idrogeologico, presenza di solide connessioni alla rete elettrica e vicinanza a infrastrutture strategiche — permettono già di circoscrivere le aree maggiormente appetibili. A questi si affiancano gli studi commissionati da consorzi industriali, come la mappatura europea svolta dalla green tech Gauss Fusion con l’Università Tecnica di Monaco per le prospettive future della fusione, che ha individuato centinaia di siti industriali potenzialmente compatibili. Incrociando questi parametri tecnici con la storia energetica nazionale, il quadrante compreso tra l’Alto Lazio, la Maremma toscana e la fascia di confine umbra torna a trovarsi, inevitabilmente, sotto i riflettori.
La prima e più solida ipotesi per il Centro Italia porta direttamente a Montalto di Castro. La centrale termoelettrica “Alessandro Volta”, concepita in origine come centrale nucleare e convertita a combustibili tradizionali dopo lo storico stop del 1987, rappresenta un’infrastruttura già dotata di enormi spazi protetti, allacci idrici per il raffreddamento e, soprattutto, snodi di trasmissione ad altissima tensione capaci di convogliare grandi carichi direttamente verso la dorsale tirrenica. La vicinanza al mare e la servitù energetica già storicamente assorbita rendono il polo al confine tra Viterbo e Grosseto uno dei candidati naturali per la tecnologia SMR, riaccendendo i timori di un territorio che proprio negli ultimi mesi ha ribadito una ferma contrarietà a nuove servitù legate all’atomo.
Più a nord, lungo la costa maremmana, l’attenzione si è accesa sull’area industriale del Casone di Scarlino e sul polo siderurgico di Piombino. Il distretto grossetano figura tra le aree tecnicamente idonee prese in esame dai dossier internazionali per la disponibilità di allacci industriali e per il fabbisogno energetico dei comparti produttivi limitrofi. La notizia ha tuttavia già innescato una pronta reazione amministrativa. La sindaca di Scarlino, Francesca Travison, pur invitando a evitare allarmismi in assenza di atti formali dello Stato, ha ricordato la presenza di un blindato vincolo statutario: “Lo Statuto del Comune di Scarlino (al comma 4 dell’articolo 3) prevede che, per quanto attiene alle attribuzioni del Comune, sul territorio comunale non sia consentito l’insediamento di centrali nucleari né lo stazionamento o il transito di ordigni nucleari e scorie radioattive”.
C’è poi il capitolo, altrettanto sensibile, della Tuscia viterbese. La provincia di Viterbo detiene il record di aree teoricamente compatibili individuate nella Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (Cnapi) per il Deposito Unico delle scorie radioattive. Sebbene un reattore SMR richieda requisiti differenti rispetto a un cimitero nucleare, il timore manifestato dai comitati civici e dalle amministrazioni locali è che le zone dichiarate a bassissimo rischio sismico e geologicamente stabili possano trasformarsi in un bacino d’indagine prioritario anche per l’insediamento di piccoli moduli di generazione. Un rischio già scampato dalla Maremma interna nel 2023, quando il comune di Campagnatico riuscì a ottenere lo stralcio definitivo dalla mappa dei 51 siti idonei per le scorie dopo una sollevazione popolare.
Dalla partita dei reattori sembra invece rimanere esclusa l’Umbria. La dorsale appenninica, caratterizzata da una sismicità elevata e storicamente documentata, unita a un tessuto idrogeologico frammentato e privo di grandi sbocchi marittimi o bacini idrici massicci per il raffreddamento a ciclo continuo, rende il cuore verde d’Italia un territorio tecnicamente inadatto a ospitare centrali, sebbene la regione resti un snodo fondamentale per il transito e la distribuzione dell’energia generata nelle province confinanti.
Contro il nuovo corso legislativo si schierano apertamente le associazioni ambientaliste. Dalla segreteria nazionale di Legambiente, Angelo Gentili contesta alla radice la riapertura del dossier: “Parlare oggi di nucleare dopo i due referendum dell’1987 e del 2011 che hanno sancito con chiarezza il parere degli italiani, significa guardare a una prospettiva costosa, rimasta ancorata alla tecnologia passata e che non ha risolto i problemi legati ai rischi sanitari ed allo smaltimento delle scorie”. Per gli ecologisti la priorità resta lo sviluppo delle rinnovabili territoriali, come solare, agrivoltaico ed eolico, giudicate “soluzioni concrete, sicure e immediatamente percorribili”.
La legge prevede che i futuri decreti attuativi definiscano non solo le metriche ingegneristiche ma anche forme di consultazione pubblica e la possibilità di autocandidature con incentivi compensativi per i Comuni disposti ad accogliere gli impianti. Tra il miraggio dei posti di lavoro specializzati promessi da Roma e la storica diffidenza delle comunità locali, il dossier nucleare si prepara a diventare il terreno di scontro politico e ambientale dei prossimi anni lungo tutta la fascia tirrenica.

